Felicità dell’economia?

26 Ott

Destino dell’economia politica è l’infelicità. (John Smith)

Economia della felicità, possibilmente dicendo no al risparmio. Quando parliamo della felicità ci sentiamo un po’ presi alla sprovvista, soprattutto se uno di noi è economista. Siamo presi alla sprovvista non perché ci fa scomodo parlarne, semplicemente perché non sappiamo cosa sia e certo non sono qui per arrivare ad una conclusione certa. Oppure siamo presi alla sprovvista perché sottintendiamo molte implicazioni non sempre scontate.

L’economia della felicità è una delle frontiere sperimentali dell’economia accademicamente intesa che ci spiega anche perché il consumismo è un surrogato della felicità stessa: puntiamo sulla quantità, sul numero. Quanti cellulari hai, quante auto hai, quanto guadagni. Domande che si ripercorrono nella vita di tutti i giorni e che, sebbene apparentemente neutre, appaiono invece cariche dell’aggressività consumistica. Consideriamo naturale, anzi connaturato, alla nostra condizione il fatto che il possedere sia di per sé un indice tangibile, soddisfacente ed esauriente della nostra condizione esistenziale.

Quello che facciamo passare per buono è che la nostra esistenza possa contarsi, possa essere tesaurizzata e messa in un conto in banca, possibilmente. Il denaro non è la felicità (anche i detti della nonna hanno un valore scientifico!), sebbene parte della felicità passa per essa. A questo punto va fatta una distinzione tra felicità quantitativa, legata appunto alle condizioni materiali, e quella qualitativa, legata alle relazioni, ai rapporti con il mondo, le persone, le istituzioni, il grado di soddisfazione di ciò per cui ci impegniamo (basti pensare al Costarica , con il più alto indice di felicità al mondo).In questo senso facciamo riferimento al paradosso di Easterlin:

poiché ciascuno valuta se stesso in paragone con gli altri, un aumento del reddito (e dei consumi) non può produrre un proporzionale aumento della soddisfazione e del benessere. Al contrario: più abbiamo più (confrontandoci) desideriamo, e meno felici siamo.

Citando poi parole di uno dei guru dell’economia del ventesimo secolo, Amartya Sen, “Il puro uomo economico è in effetti assai vicino all’idiota sociale

Cosa c’entra tutto questo con la sostenibilità? Molto, direi. L’attuale sistema ha creato le condizioni per un consumo di per sé consumante. La proposta del meeting Powershift è stata proprio quella di rivalutare il senso delle relazioni, la materialità delle nostre emozioni. Non vi vogliamo invitare certo ad un corso di Yoga, ma quello che vogliamo sottolineare è che la ricchezza si misura innanzitutto nella qualità, nell’equilibrio degli ecosistemi, in un consumo che si chiami equilibrio, sostanzialmente in quello che tradizionalmente è stato considerato non misurabile.

Una Risposta to “Felicità dell’economia?”

  1. Baffostanco (Mirko Omiccioli) 29 ottobre 2011 a 11:21 #

    “Il consumismo è il surrogato della felicità stessa”…. direi che già solo questa frase riassume totalmente il senso che muove l’articolo e penso tutto il discorso: breve ed azzeccato. non che il denaro non serva – ci mancherebbe altro! – ma il fatto è che siamo totalmente dipendenti da esso per qualsiasi atto della nostra vita, e questo ci fa perdere il senso delle cose. spero non ci saranno problemi se proverò a “postare ” questo articolo sul mio blog…🙂

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