Green – not black – coffee, please!

5 Ott

Il caffè, uno dei prodotti più commerciali sul pianeta, tra i primi posti dopo il petrolio. Quello che ci si chiede: è vero i profitti sono molti, ma sono anche distribuiti alle persone che effettivamente coltivano il caffè? E le coltivazioni quanto sono ‘verdi’?

Partiamo innanzitutto nel dire che le oltre 100milioni di persone occupate nel settore della coltivazione del caffè ricevono solo un dieci per cento dell’intera torta della ricchezza. Tale parte del mercato inoltre è sovraesposta alla volatilità del mercato perché fortemente frammentato: il 70% dei venditori sono di piccola dimensione. Tale condizione ha fatto puntare su una maggiore produzione che, tradotta dal punto di vista ambientale, significa monocoltura e alterazione dei più delicati ecosistemi sulla terra.

C’è però un’alternativa ed è il mercato equo e solidale: eppure ancora siamo lontani da una vera presa di coscienza da parte del mercato. Basti pensare che su 70 milioni di tazzine di caffè bevute in Gran Bretagna solo 6 sono del mercato ‘alternativo’.

Qual è l’impatto che il caffè tradizionale ha sul pianeta? Il maggior problema rispetto al danno ambientale del caffè deriva proprio dalla produzione dei chicchi di caffè. Infatti, l’impennata nel consumo della bevanda ha portato a massificare la produzione medesima con gravi rischi per la sostenibilità. Se originariamente il caffè si coltivava sotto l’ombra degli alberi , si è passati alla cosiddetta ‘sun cultivation’ che espone i terreni all’erosione nonché all’uso massiccio di fertilizzanti. Due milioni e mezzo di acri (1 acro = 4mila metri quadrati) di foresta nell’America Centrale sono stati eliminati per fare spazio al coffee farming. Tale rapporto deforestazione-coltivazione è stata sottolineata con allarme dal WWF : sui 50 paesi nel mondo con il maggior tasso di deforestazione, ben 37 sono tra i maggiori produttori di caffè.

Può Fairtrade fare la differenza?

Vi indichiamo 3 catene produttrici di caffè inglesi che hanno l’obiettivo di combinare il sostegno economico alle famiglie produttrici e di ritornare ad una produzione ecosostenibile:

– Starbucks : punta sul Fairtrade

– Costa : ricava il suo caffè dai coltivatori certificati dalla Rainforest Alliance

– Pret a Manger: sta puntando sulla certificazione di sostenibilità economica e ambientale

Ma qual è la differenza?

Fairtrade è uno dei sistemi sostenibili più largamente applicati nel mercato del caffè e rappresenta una quota del 27% dello stesso mercato. La fondazione Fairtrade ha l’obiettivo di ridurre la povertà attraverso il mercato garantendo un prezzo minimo per i produttori evitando le volatilità del mercato. Fairtrade inoltre elimina gli intermediari del mercato, mettendo a contatto produttore e consumatore.

La Rainforest Alliance è maggiormente preoccupata sulla parte ambientale: non c’è un prezzo garantito per i produttori; l’organizzazione punta alla conservazione della biodiversità, ad un consumo critico e sostenibile. Per diventare agricoltori con tale certificato bisogna raggiungere lo standard del Sustainable Agricultural Network (SAN) . Lo standard SAN punta alla riforestazione , all’abbandono della monocoltura e al divieto di deforestazione.

Qual è ancora la debolezza del mercato del caffè ? Il fatto innanzitutto che tali obblighi sono opzionali e non delle imposizioni a livello di mercato. Una ristrutturazione della normativa in tal senso porterà finalmente a non avere più rimorsi nel bere una tazzina di caffè.

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