Land grabbing & co.

30 Set

 

Gli squilibri ecologici derivano spesso da inadempienze politiche. Soprattutto quando si parla del land grabbing, ovvero investimenti stranieri in territori come l’Africa che promettono di costruire grandi infrastrutture ad un semplice prezzo: la disponibilità di vasti appezzamenti di terreno.

È difficile pensare, nel sentire comune, che terreni semiaridi possano diventare appetibili economicamente parlando. Invece anche questa terra potrebbe diventare fertile con adeguati investimenti, ovviamente non disponibili in un continente come quello africano. Questa rincorsa all’acquisto di terreni nasce da una paura, quella per cui il cibo possa diventare introvabile. Sostanzialmente sfiducia nel libero mercato.

Tale fenomeno, definito dai critici come ‘furto globale sulla terra ’, si collega all’eterna divisione tra Nord e Sud del mondo ; inoltre non permette di qualificare le cause di questo fatto storico, né tantomeno permette di comprendere le esigenze locali delle popolazioni assoggettate. Questo vero e proprio imperialismo agricolo impedisce, inoltre, di trovare soluzioni sostenibili al problema alimentare e della desertificazione delle aree africane, scambiando un interesse di parte per un presunto interesse della maggioranza.

Esperimenti fatti in Burkina Faso con la piantagione di alberi parlano chiaro: essi fanno aumentare i raccolti e favoriscono la fertilità della terra. Inoltre bloccano il sopravanzare della sabbia e garantiscono legna da ardere. L’intervento di ONG e di una politica più accorta hanno fatto il resto, come nel Sahel e nel Mali. Solo nel Niger, per fare un altro esempio, la riforestazione ha strappato al deserto ben 5 milioni di ettari improduttivi.

Il vantaggio di questo metodo sta proprio nell’assenza di finanziamenti esterni: spesso interventi di sostegno ecologico verso i Pvs (Paesi in via di sviluppo) rischiano di perpetuare una situazione di dipendenza. Quindi davvero gli alberi sono una nuova speranza per l’Africa.

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